Virus e famiglia

L’arrivo di un virus, in un sistema complesso, come può essere un paese o altrettanto, una famiglia, segue una serie di regole precise, prevedibili e talvolta scontate. Per tale ragione, gestire la crisi sanitaria presuppone una attivazione psicologica tale da consentire, in linea ipotetica, una analogia che rende simili i due sistemi che stiamo considerando. 

In linea generale, il link che connette un paese e una famiglia è proprio il “come” della comunicazione, che pare essere un effetto collaterale di un virus, che si propaga in maniera proporzionale al rischio biologico. 

Tenendo presente le efficaci indicazioni fornite dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, l’Esecutivo nazionale dell’Ordine ha già fornito chiari suggerimenti sul momento di emergenza sociale che il paese sta affrontando. 

In particolare

“La professione psicologica è pronta a fare la sua parte in questa situazione di emergenza” – ha dichiarato il presidente CNOP David Lazzari. “Siamo vicini alle persone colpite e a tutti i professionisti che lavorano con grande responsabilità per dare assistenza. Intendiamo mettere in campo tutte le nostre possibilità e collaborare con le Autorità, affinché all’emergenza sanitaria non si aggiunga una emergenza psicologica. La solidarietà del CNOP e mia personale alle Colleghe e Colleghi coinvolti personalmente nel problema”.

L’allineamento con i massimi sistemi, ovvero il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità ha dato grande forza ed enfasi alle procedure da adottare – interventi a carattere macroscopico e nazionale -, basate essenzialmente su buon senso, e regole preventive. Procedure, giunte purtroppo però, tardivamente poichè, l’Italia ha ancora una volta dimostrato di essere il paese in cui “si chiude la stalla quando gli animali sono scappati” .

Piuttosto che interrogarci sul perché di un disarticolato e goffo movimento riparativo, è interessante ma soprattutto utile gestire l’overwhelming di informazioni e l’abbuffata di panico che nutre le paure, del paese e della famiglia; il timore che l’incertezza e la crisi possa non interrompersi mai è il comun denominatore che accomuna entrambi i sistemi.

Piuttosto che proporre infatti regole igieniche che dovrebbero essere già abitudine consolidata, potrebbe essere uno spunto di riflessione maggiormente spendibile tenere a mente delle regole di buona comunicazione, che in tempi di crisi, devono necessariamente adeguarsi ad un contesto che richiede fermezza e flessibilità.

Per contrastare tale diffusione non tanto di batteri o virus, quanto di informazioni che generano e alimentano il panico, è corretto mettere a fuoco l’igiene della comunicazione, uno strumento di condivisione ed interfaccia con l’altro.

  • Condividere informazioni di cui si è sicuri, che l’altro possa verificare
  • Fungere da pietra di paragone, così da trasmettere reciprocità e solidarietà
  • Comprendere il tempo, proprio ed altrui, così da percepire quando ascoltare e quando raccontare qualcosa
  • Ridurre gli stimoli confusivi, selezionando le informazioni e quindi migliorando l’analisi del contesto
  • Prediligere un dialogo lineare, chiaro ed intellegibile, evitando una “scorpacciata” di dati, così da evitare inferenze e supposizioni approssimative

Per tali ragioni, evitare inferenze ed interpretare le ambivalenze, diviene una tutela tanto per sé quanto per l’altro, che potrà contare quindi sulla nostra capacità di mantenere il controllo differenziando la soggettività dall’oggettività.

Tali indicazioni, oltre a costituire un vademecum della comunicazione, consentono di gestire un momento di crisi, specifico e definito.

Oltre a tale estensione, di tempo e spazio, ricordiamo che le prescrizioni di informazione così formulate risultano valide e applicabili sempre, in ogni circostanza, ordinaria e straordinaria.

Roma 5 marzo 2020

Dott. Felipe Lopez Herrera

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